Perché “fascio” no: sul termine fascismo e altra disinformazione

In Italia è vietata la ricostituzione del Partito Nazionale Fascista. La nostra Repubblica nasce, infatti, proprio sulle ceneri (e non dalle ceneri), dello sconfitto fascismo del quale rinnega qualunque radice, dalla cui forma prende le distanze e dai cui principi si dissocia: un sistema diversamente coerente si sostanzia, si stabilizza un’inedita disposizione organica con regole nuove e principi altri; nasce un ente differente, inconciliabile, qualcosa di antitetico al vecchio regime.

Ora è chiaro che un sistema ben organizzato preveda, fin dalla sua nascita, delle difese atte ad impedire la sua trasformazione; nel caso specifico di un sistema democratico ci saranno delle garanzie a tutela della stessa democrazia, ed una volta che il sistema è stato “settato” non sarà più possibile cambiarne l’essenza o rovesciare le regole del gioco tanto quanto il “gioco” stesso: l’alternanza al governo di parti politiche con visioni diverse circa l’amministrazione della cosa pubblica rientrerà, giocoforza, all’interno di regole generali accettate nella pienezza di quei principi condivisi a cui esse stesse rimandano: la conseguenza logica di un sistema repubblicano democratico è il rigetto di istanze antidemocratiche e violente;

La conseguenza logica di un sistema democratico è il rigetto di istanze antidemocratiche e violente

esse semplicemente non trovano posto (non possono trovare posto), in aperta violazione di quei valori che sono le fondamenta dello Stato, essendo in diretto contrasto con essi, e non certo per una diversità di intenti nell’amministrazione pubblica quanto per un’opposta concezione della gestione del potere che rinnega alla radice la stessa democrazia e non può che mirare al rovesciamento del sistema, ed è proprio questa “sovversività” a parificare, fuori legge, quel tipo di ideologie.

Un sistema che non prevedesse meccanismi di autoprotezione porterebbe in sé i germi della sua stessa distruzione

Un sistema che non prevedesse meccanismi di autoprotezione porterebbe in sé i germi della sua stessa distruzione risultando instabile, fragile e per niente sicuro: in poche parole non riuscirebbe a garantirsi la certezza di una continuità temporale sia per debolezza istituzionale di quegli organi a cui compete autorità e controllo del potere esecutivo ed anche, di conseguenza, per una debolezza di forma costitutiva che renderebbe lo stato soggetto a qualunque vento rivoluzionario, pur blando e debole.

E’ chiaro che un partito non deve necessariamente soddisfare tutte le istanze antidemocratiche ma è sufficiente che sia in contrasto anche con uno solo dei principi costituzionali per essere considerato sovversivo, quindi fuori dallo schema democratico. Se io fondassi, per esempio, il “Partito Razzista” non sarebbe rilevante che nel suo atto costitutivo riconoscesse questa repubblica e le sue regole di sistema: sarebbe comunque manifestamente incostituzionale. Allo stesso modo se fondassi il “Partito del Re d’Italia”, con lo scopo dichiarato di un ritorno alla monarchia, poco importerebbe sottolineare che tutte le persone hanno uguali diritti senza distinzione di razza se il nuovo soggetto politico non ha alcuna intenzione di riconoscere la Repubblica come unico soggetto costitutivo: sarebbe ugualmente anticostituzionale per quest’ultimo motivo.

Potrebbe il Parlamento Italiano accettare tra i propri seggi i membri del “Partito Razzista”? O del “Partito del Re”, del ricostituito “Partito Fascista”? Ovviamente no, e questo perché sarebbe un paradosso, un’illogicità, un cortocircuito istituzionale. Il Parlamento accoglie soltanto formazioni politiche, forze e soggetti che ben prima di essere regolarmente elette (e quindi rappresentative di qualcuno e di qualcosa), abbiano a priori accettato le regole del gioco democratico.

Stiamo vivendo un passaggio epocale davvero buio

Lo scrivo, perché  allargando il campo dal punto di vista strettamente politico a quello più generale del dibattito pubblico e relativo alla libertà di opinione e alle sue manifestazioni a me sembra che stiamo vivendo un passaggio epocale davvero buio.

Non che tutto questo sia dovuto a chissà quali stravolgimenti politici, molto più terra terra a me sembrano riflessi desolanti dati dall’abbassamento della qualità politica  in particolare, e della cultura e dell’interesse politico dei cittadini più in generale.

Se la nascita “dal basso” di movimenti popolari è sempre auspicabile, è vero allo stesso modo che l’eradicazione della struttura partitica dai territori abbia portato conseguenze nefaste anche dal punto di vista dell’assorbimento delle istanze sociali organizzate: non è ipotizzabile un movimento non filtrato dalla professionalità politica, un movimento che, nudo e crudo com’è nato e referente solo di sé stesso, acceda con tutta l’incoscienza e la sua immaturità politica in ambito parlamentare.

Non è ipotizzabile, purtroppo, solo in teoria, perché nella pratica recente  si sono verificate le peggiori previsioni possibili e questo ci ha portati a prendere atto di come certi movimenti che vengono dal basso, senza alcun retroterra ideologico e storico aggancio partitico, tendono poi a portare davvero tutto verso il basso, rendendo il loro infimo livello un criterio repubblicano; è altrettanto chiaro, inoltre, che non è vero che “uno vale uno”, perché invece è vero il contrario e cioè che un imbecille non varrà mai quanto una persona seria, e questo è un concetto molto semplice che sarebbe bene rivalutare al più presto.

Non è vero che “uno vale uno”, un imbecille non varrà mai quanto una persona seria

I movimenti sono però solo parte del problema che risiede eminentemente  nella scomparsa della mappatura partitica dai territori e nella selezione della classe dirigente che è ormai svincolata dai propri referenti.

Questo è un problema grave che ha già restituito l’imbarbarimento generale del dibattito pubblico indipendentemente dalla questione affrontata, una miopia di visione e di orizzonte, incapacità amministrativa, profondo allontanamento dei partiti dalla loro natura originaria (un caso di scuola, il PD).

Un caso di scuola, il PD

La politica non è più alta, prestigiosa, distante, quanto mondana, secolarizzata, superficiale e social: e non è una conquista, né modernità.  E’ solo un abbassamento di livello inaudito, un imbarbarimento senza precedenti.

Un imbarbarimento senza precedenti

Soltanto nei miei incubi peggiori avrei voluto avvicinare l’ambiente politico a quello calcistico, ma non posso fare diversamente se non prendere atto che la politica, oggi, non si sostanzia nella contrapposizione di idee, quanto nello scontro tra tifoserie avverse: restando in metafora qui non si tratta nemmeno dell’idea sportiva di due squadre che si confrontano lealmente su di un campo di calcio ma degli stupidi tafferugli che alimentano alcuni ultras esaltati a fine partita.

Ma, ragionevolmente, come siamo arrivati a questa situazione, a questo quadro desolante? Siamo arrivati a questo con l’accesso nella politica di persone che non hanno (nemmeno nell’apparenza), dignità per fare politica, una classe dirigente priva della benché minima onestà intellettuale, priva di senso dello Stato.

Persone che non hanno (nemmeno nell’apparenza), dignità per fare politica, prive della minima onestà intellettuale, prive di senso dello Stato

Sono persone che, tra le altre cose, non sono in grado di capire nemmeno un fatto molto semplice, e cioè che in quegli ambienti anche la forma è sostanza: possiamo dire qualunque cosa ma restando all’interno di paletti democratici, stabiliti dalla democrazia per la democrazia.

Ma come possiamo aspirare a quei partiti che hanno nella comunanza di ideali, di valori, tanto la spinta costitutiva quanto il collante che ne stabilizza e giustifica l’esistenza, se i partiti stessi non sono diventati altro che dei meri involucri in cui si incrociano personaggi senza alcuna visione organizzativa e di governo, digiuni di gavetta, militanza e  appartenenza politica?

La Politica è, quindi, politica perché invasa da formicuzze politicanti

Una politica invasa da formicuzze politicanti

Come una tavolata composta da elementi maleducati, che in un ristorante lanciano il pane da un tavolo all’altro e schiamazzano infastidendo il resto dei commensali, allo stesso modo a questi signori manca “l’educazione politica” per sedere ai tavoli della democrazia e per ricoprire ruoli che sono, si, aperti a tutti ma che richiedono quantomeno la buona fede ed il rispetto incondizionato degli stessi.

La politica non è più prestigiosa professione, missione sentita, servizio alla comunità. I lavori Parlamentari somigliano sempre di più alle riunioni di condominio dove la signora Pina che abita al primo piano non vuol pagare i lavori per l’ascensore mentre il signor Pierotti del quinto piano la redarguisce di non usarla per portare ad asciugare i panni sul terrazzo: abbiamo denigrato una classe politica, gli abbiamo definiti parassiti, abbiamo preteso che entrassero le Pina ed i Pierotti e questi sono i  risultati.

E questi risultati sono quelli che ci dicono che non c’è alcuna differenza tra l’uomo comune e l’uomo politico. Differenza che invece c’era e che dovrebbe esserci, una differenza qualitativa.

Venendo a mancare il requisito qualitativo non c’è più distinzione tra il senso comune e il linguaggio politico, diventato anche quest’ultimo un omogeneizzato di incompetenza.

La comunicazione (linguaggio compreso), è una piattaforma comune  che utilizza strumenti e simboli condivisi con i quali intendersi: la piattaforma comune che media il linguaggio politico e quello comune, oggi, sembra essere data dall’ignoranza.

Un’ignoranza che può portare il a strafalcioni legislativi e l’opinione pubblica a sostenerli

E per ignoranza intendo un’ignoranza in senso lato, colpevole ignoranza – tanto grave sia da parte politica che da parte dell’uomo comune – perché spazia dalla mancanza di istruzione circa i  valori repubblicani e le nostre radici storiche fino al disconoscimento dei principi costituzionali; ignoranza che può portare da un lato il legislatore a proporre strafalcioni legislativi e, dall’altro, parte dell’opinione pubblica a sostenerli; in sostanza parlo proprio di un’ignoranza crassa e sfacciata, come quella che ha portato un rapper milionario sul palco dell’ultimo Primo Maggio reputandolo un personaggio attendibile per pontificare da quel pulpito, dimenticando lavoro e lavoratori, o meglio, ignorando lavoro e lavoratori perché, appunto, di ignoranza si tratta, ignoranza gretta ed ottusa spacciata per modernità.

La stessa ignoranza che permette l’uso del termine “fascista” per zittire le altrui opinioni

Fascismo e altri epiteti

La stessa ignoranza molesta che permette ad esempio l’uso spregiudicato del termine “fascista” per zittire le altrui opinioni.

Siamo un Paese che con la storia che ha si sta perdendo appresso a stupidaggini, schiavo del politicamente corretto e delle sue lobby, che cerca la giusta gradazione di pena se l’insulto è declinato in “frocio” o “coglione” (per dire), e lascia correre sul termine “fascista” (!), dove ci vorrebbe la galera mentre se ne permette l’utilizzo impune.

Osi chiamarmi fascista, in Italia? Con la nostra storia alle spalle? Io devo poter lavare questa offesa e tu devi pagare per tale gravissimo insulto.

Hai detto “fascista” in Italia, mica frocio.

Rimettiamo a fuoco la gravità delle cose e diamo loro il giusto peso.

Se io asserisco di essere contrario alle adozioni omosessuali e l’arcobalengo di turno mi chiama “fascista” questo è un insulto pesante che deve trovare riscontro nell’ordinamento. Ma riscontro robusto, siamo nell’Italia del 2021 non del 1922. E deve essere chiaro che dal ‘48 in poi l’Italia ha chiuso i conti con il regime, che fu sconfitto e ripudiato.

Bisogna ricordare agli pseudosinistri odierni che la Storia è molto più articolata e complessa delle loro semplici riduzioni, che vorrebbero appiattire tutto su sinistra/fascisti e brandire il termine fascista per insultare chiunque non la pensi come loro o chiunque non sostenga il loro delirante indirizzo decisionale.

Il rapporto tra gli italiani e il regime è concluso, morto e sepolto, il fascismo è storia e non ci sono fascisti in giro, né potrebbero esserci e all’epoca dei fatti, contro il fascismo, si schierò sostanzialmente tutta la popolazione e ogni area politica.

Dopo lo sbarco degli alleati in tutto il Paese ci furono esplosioni di gioia incontenibile per la vicina liberazione e tutto questo nonostante la guerra continuasse e nonostante il messaggio di Badoglio che ricordava il controllo manu militari del Paese.

Contro il fascismo si schierarono – si – i comunisti, ma non furono gli unici a dare corpo alla resistenza partigiana, perché con essi si schierarono i socialisti, i democristiani, gli azionisti, gli indipendenti, i liberali, i monarchici,  i cattolici, il mondo dell’imprenditoria e della finanza, la borghesia: praticamente tutto il resto della popolazione, eccezione fatta per gli ultimi repubblichini a Salò.  

Quindi tacciare di fascismo, oggi, qualunque posizione, idea, opinione differente, seppure apertamente di destra non dovrebbe essere consentito.

E non dovrebbe esserlo su base giuridica, altro che DDL Zan.

Il fascismo non trova posto nella Repubblica, è dato storico superato, e nella Repubblica tutte le opinioni democratiche trovano spazio. Anche quelle non arcobaleno, anche quelle di destra, che piaccia o meno.

Perché la destra, che non è fascista, esiste in tutti i paesi democratici del mondo, è una posizione politica con una visione più o meno condivisibile nelle sue varie declinazioni, ed ha la sua dignità concettuale.

In cauda venenum: scritto da una persona che non è di destra…  rende il metro della situazione attuale da quell’altra parte?

Non lo so, ma sono certo che in un manicomio ci sarebbe più criterio. 

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